Oleg Mandić l’ultimo bambino di Auschwitz

Venerdì 14 febbraio, presso il Teatro Sociale di Trento, i ragazzi e le ragazze, che partiranno con il Treno della Memoria, hanno potuto ascoltare l’intervento di Oleg Mandić, l’ultimo bambino ad uscire vivo da Auschwitz alla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Per comprendere fino in fondo l’importanza di questo incontro, è stata fatta un’introduzione storica. Si è ragionato sul fatto che Auschwitz non è stato frutto di un momento di follia, bensì è stato il punto d’arrivo di buona parte della civiltà occidentale.

A partire dal ‘500, cioè da quando ebbe inizio la civiltà come la conosciamo oggi, si è formata la strada che ha portato Auschwitz. Lo storico ha accompagnato il pubblico lungo un percorso a tappe, e come traguardo c’era l’intervento di Oleg Mandić.

Dopo questa introduzione, infatti, Mandić, uno degli ultimi testimoni di Auschwitz, ha preso la parola. Nel 1944 Oleg Mandić, all’età di 11 anni, viene arrestato dai nazisti, insieme alla madre e alla nonna; tutti e tre vengono condotti ad Auschwitz e vi rimangono fino ad un mese dopo la liberazione del campo.

A Trento Oleg Mandić ha risposto a diverse domande e ci ha raccontato la sua terribile esperienza. L’intervistatrice gli ha posto la domanda che tutti noi, in testa, ci siamo posti: “Tu come ce l’hai fatta?”. Oleg ha risposto: “L’80% puro caso, il 15% amore materno, il 5% il sapersi organizzare e muovere tipico di un ragazzino”. Per Oleg, l’amore materno è qualcosa che non ha nulla a che fare con la speranza, è qualcosa di più forte e che l’ha aiutato a sopravvivere. Il rapporto con la madre è l’unico rapporto che Oleg ebbe all’interno del campo, perché ad Auschwitz non ci potevano essere rapporti d’amicizia. Per avere un’amicizia si devono avere degli interessi e delle passioni in comune; l’unico sentimento possibile all’interno di un campo di sterminio è l’autoconservazione. Non si condivide nulla con nessuno perché nessuno è amico e nemmeno conoscente, ognuno lotta per la propria sopravvivenza e non c’è spazio alla commiserazione degli altri.

Il traguardo giornaliero, che i prigionieri hanno, è quando ci si corica, assillati da un unico pensiero: “Il giorno dopo magari riesco a svegliarmi e riesco a sopravvivere alla giornata, o magari non mi sveglio, così non patisco più.”

Oleg Mandić per 10 anni non ha voluto parlare (né tanto meno sentire parlare) di Auschwitz; solamente nel 1955, al decimo anniversario dell’apertura dei cancelli del campo, il caporedattore di un giornale, presso il quale Oleg era impegnato, gli fece cambiare idea, perché era giusto che tutti conoscessero che cosa era successo. Da quel momento in poi, non ha più smesso di raccontare la propria esperienza, con l’intento non solo di mostrare alla gente ciò che l’uomo era riuscito a fare, ma anche di far cessare l’odio che serpeggia fra la gente.

Infatti, il messaggio che Mandić ha fatto riecheggiare al Teatro Sociale è stato questo:

“Non odiate, non è bello, non gratifica, non soddisfa, voi vi create l’odio. Se trovate qualcuno che odia, fatelo smettere.”

Tutti noi dobbiamo impegnarci, affinché le parole di Mandić non siano state dette invano.

Prof.ssa Alessia Recla

Oleg Mandić e la liberazione da Auschwitz
Fonte: Corriere della Sera

Per me questo incontro è stato molto significativo perché incontrare un sopravvissuto della Shoah di persona mi ha molto colpito, prima di tutto per il suo coraggio, perché nel suo racconto ho percepito quanto la sua esperienza e il dolore provato abbiano inciso nella sua vita, ma nonostante questo ha trovato la forza di raccontare a tutti dell’orrore di Auschwitz lasciando così un ricordo indelebile in ognuno di noi e infine sono rimasto scioccato perché ho sempre letto libri sui sopravvissuti della Shoah, ma solo dopo aver incontrato Oleg Mandic ho percepito una sensazione di empatia così profonda da rimanerne stupito.

Simone Lo Cicero2B Elettromeccanica

Quello che più mi ha colpito è il fatto di aver potuto vedere e sentire direttamente da un “protagonista” i fatti successi tanto tempo fa e che oggi mi sembrerebbero incredibili.

Manuel Sottovia – 2B Gastronomia

La cosa che più mi ha colpito è stato il fatto di sentire una testimonianza da una persona che veramente è stato nel campo di concentramento e sentirlo parlare mi ha fatto capire cosa sia stato per lui.

Kevin Salvadori – 2A Elettromeccanica

Venerdì mi ha colpito molto la storia di Oleg Mandić, quel bambino che ha passato tutte quelle disgrazie ma nonostante tutto è riuscito a essere lì con noi a raccontarcele per farci capire ciò che ha vissuto. È stata una bella esperienza e credo non solo per me ma per parecchi altri studenti.

Ylenia Grisotto – 2A Gastronomia

La testimonianza di Oleg Mandić, sopravvissuto ad Auschwitz, le storie che ha raccontato e le esperienze che ha vissuto, non posso nemmeno immaginare cosa ha provato.

Sara Borra – 2A Accoglienza

Dall’incontro con Oleg Mandić mi è rimasta impressa la tranquillità con cui lui parla dei campi di concentramento e che lui dopo esser sopravvissuto ai campi di concentramento non è riuscito ad odiare nessuno.

Martina Festi – 2A Gastronomia

Dell’incontro di venerdì mi hanno colpito molto la forza che ha avuto Oleg Mandić a raccontare la sua esperienza, alcune vicende che ha vissuto nel campo e quando ha detto che lui non ha odiato nessuno dopo essere uscito dai campi e anche a noi ha lasciato il messaggio di non odiare nessuno.

Carolina Pellizzari – 2B Gastronomia

A me dell’incontro di venerdì ha colpito molto l’arrivo di Oleg che ci ha parlato della sua vita, in particolare mentre stava ad Auschwitz di come le persone si comportavano da animali pur di sopravvivere.

Lara Troggio – 2A Gastronomia

Quello che più mi ha colpito di questa esperienza con Oleg Mandić è stato quando ha parlato della sua esperienza dentro i campi, come viveva giorno dopo giorno senza la sua famiglia.

Rosella Zanetti – 2B Gastronomia

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