Allevamento intensivo

Sin dai tempi del Neolitico, l’uomo antico utilizza l’allevamento come strumento per procurarsi cibo e risorse senza affaticarsi cacciando animali selvatici ed avendo la certezza di poter sfamarsi anche nei periodi più duri. Questo fenomeno si è sviluppato in concomitanza con le prime addomesticazioni di animali selvatici, come lupi e cavalli, che vennero usati da lì in poi come bestie a servizio dell’uomo per aiutarli nelle mansioni quotidiane.

Nel corso di questi 12.000 anni si sono verificati innumerevoli cambiamenti all’interno di questo settore: dapprima l’uomo utilizzava l’allevamento con il solo scopo di ricavare carne, successivamente si espanse anche ai prodotti animali derivati; inizialmente veniva vista come un antagonista dell’agricoltura ma poi venne ridefinita come sua aiutante, poiché grazie ad essa poterono sfruttare la parte di produzione agricola non commestibile per l’uomo o troppo povera di nutrienti.

Nel ‘900 vennero introdotte le tecniche di allevamento in stalla e l’utilizzo di mangimi chimicamente composti, che aumentarono incredibilmente la produzione derivata, ma dall’altro lato divennero una grande minaccia per l’atmosfera e l’ambiente, specialmente quando si raggiungono i livelli degli allevamenti intensivi.

Negli ultimi anni sono infatti emersi dati allarmanti che fanno aprire gli occhi sull’effettivo impatto che questi tipi di allevamenti hanno sul pianeta e la quantità di inquinamento che ne deriva, in particolare quello dovuto alle polveri sottili. Si ritiene che, in Italia, l’allevamento intensivo sia responsabile per il 15,1% del particolato fine (PM 2,5), superiore anche a quello dei veicoli leggeri (che corrisponde al 9%) e delle industrie (che corrisponde all’11,1%); l’allevamento si trova infatti al secondo posto dei settori più inquinanti nella penisola, preceduta solo dal riscaldamento. Il PM, chiamato anche Particulate Matter, è il totale delle polveri sospese e viene misurata con peso e volume, il particolato fine va da 0 a 2,5 μm di diametro, mentre il resto del particolato va da 10 μm a 2,5 μm.

Gli allevamenti intensivi, o factory farming, sono forme di allevamento che utilizzano svariate tecniche allo scopo di ottenere la massima produzione al minimo costo ed utilizzando il minor spazio possibile, tipicamente ciò avviene grazie all’utilizzo di farmaci ed attrezzature. In Italia l’85% dei polli ed il 95% dei suini che compaiono sulle nostre tavole provengono da queste strutture, per questo in Europa il 71% dei terreni agricoli è destinato agli allevamenti.

In queste situazioni di allevamento, gli animali faticano a crescere ed a mantenere un buono stato di salute: moltissimi cuccioli muoiono letteralmente schiacciati o soffocati nelle gabbie sovraffollate ed il rischio di contrarre e diffondere malattie o virus è elevatissimo a causa degli spazi ristrettissimi. Il bestiame non riesce neanche a muoversi, passando così tutta la sua vita rimanendo immobile e, quindi, non sviluppando i muscoli ma ingrassando solamente; mentre il 90% del latte prodotto, proviene da vacche che non hanno mai pascolato.

Farmaci, antibiotici ed integratori vengono usati in abbondanza e senza scrupolo, il tutto per rendere gli animali più calmi e farli crescere più velocemente, ma ciò causa effetti deleteri al consumatore ed il prodotto finale.

Insomma, l’allevamento intensivo ha moltissimi lati negativi ma è necessario al soddisfacimento dell’enorme richiesta di prodotti animali che la clientela mondiale esige al giorno d’oggi. Per questo motivo ultimamente si stanno sviluppando grandi movimenti animalisti, vegani e vegetariani con l’obiettivo di ridurre questo fenomeno e la richiesta che lo causa, alcuni però non sono disposti alla completa rinuncia dei prodotti animali ma scelgono invece di ridurne il consumo.

Elisabetta Iori (5^ CAPES)

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